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Le professioni della cura: il baricentro fragile del nostro welfare
Nell’ultimo Quaderno di Fondazione Cariplo dedicato alle “Professionalità qualificate nei servizi di cura”, emerge un quadro che interroga profondamente il futuro del nostro sistema di welfare. La filiera della cura – educativa, psicologica, sociale e sociosanitaria – rappresenta uno degli snodi cruciali per la salute pubblica e per la coesione delle comunità. Eppure rimane un ambito esposto a fragilità strutturali che rischiano di comprometterne il ruolo strategico.
Il primo dato che colpisce riguarda la formazione. Negli ultimi dieci anni le iscrizioni universitarie ai corsi che conducono alle professioni di cura sono aumentate di circa il 30% (Fondazione Cariplo, Quaderno n. 52). È un segnale importante: nonostante la complessità del settore, sempre più giovani scelgono percorsi che portano alla relazione d’aiuto, alla salute mentale, all’educazione, all’inclusione sociale. È anche un ambito con una fortissima prevalenza femminile: a seconda dell’indirizzo, le donne rappresentano tra il 70% e il 92% degli iscritti. Un dato che conferma quanto il lavoro di cura continui a poggiare prevalentemente su competenze femminili, sollevando interrogativi culturali oltre che organizzativi.
La crescita dell’offerta formativa incontra, però, una domanda ancora più pressante. Secondo le stime Unioncamere–Excelsior riportate nel rapporto, entro il 2028 la filiera della salute potrebbe richiedere tra 44.000 e 70.000 nuovi occupati. Si tratta di un fabbisogno significativo, che riflette l’invecchiamento della popolazione, l’aumento della domanda di servizi territoriali, la necessità di integrare salute mentale, inclusione e prevenzione.
Ed è qui che emerge la frattura. Il Quaderno documenta con chiarezza le difficoltà delle organizzazioni, in particolare del Terzo Settore, nel reperire e soprattutto trattenere personale qualificato. Il turnover è elevato, i contratti sono spesso frammentati, le retribuzioni iniziali inferiori rispetto ad altre professioni con livelli di qualificazione simili. A tutto questo si aggiunge una crescente competizione fra settore pubblico e privato sociale: l’aumento del fabbisogno pubblico rischia di drenare risorse professionali già scarse, lasciando molte realtà territoriali in condizioni di cronica carenza di personale.
Il risultato è un paradosso: mentre cresce l’interesse verso le professioni di cura, la loro sostenibilità lavorativa rimane fragile. E questa fragilità si riflette direttamente sulla qualità dei servizi, sull’equità di accesso, sulla capacità dei territori di rispondere a bisogni complessi.
Se prendiamo sul serio la centralità della salute – fisica, mentale, sociale – dobbiamo riconoscere che la tenuta del sistema passa dalla valorizzazione di chi ogni giorno sostiene le relazioni educative, accompagna la fragilità, costruisce inclusione, previene isolamento e disagio. Non è un tema di settore: è una questione di salute pubblica.
Investire sulle professioni di cura significa garantire stabilità contrattuale, retribuzioni adeguate, prospettive di carriera, formazione continua. Significa riconoscere che una comunità sana si regge sulla qualità delle sue relazioni e di chi le rende possibili. È una scelta politica, oltre che culturale. Ed è una delle condizioni imprescindibili per costruire città più giuste, più solidali, più capaci di prendersi cura di ciascuno.
Francesco Caroli
fonte dati: https://www.fondazionecariplo.it/static/upload/qua/0000/qua-professioni-cura-web-bozza-06-rid.pdf